La nostra storia

Fra le tante cose umane per le quali una guerra significa rimescolamento di carte c’è anche la musica “seria” o, più esattamente, il consumo della musica seria.
Nel 1945, al termine di una lunga guerra disastrosa, la vita associativa delle vecchie e solide società di concerti riprendeva tranquillamente il suo corso, gli abbonati che si tramandavano il tesserino di padre in figlio e che facevano rinnovare la quota d’abbonamento, automaticamente, dalla loro banca, si ripresentavano in massa a riprendere la frequentazione dei concerti. Ma anche un altro pubblico, un pubblico “nuovo” di studenti, di giovani operai, di giovani professionisti era alla ricerca di occasioni per ascoltare musica: il rallentamento, e poi il blocco delle attività concertistiche aveva, per così dire, congelato il ricambio del pubblico, e c’era dunque un ascoltatore tradizionale più che mai affamato di musica e un ascoltatore giovanile che la musica ancora non l’aveva addentata e che, nell’attesa, aveva arrotato i denti lupeschi. Nel 1919 s’era verificata più o meno la stessa situazione, ma le società solide avevano allora risposto raddoppiando subito i turni dei concerti e riassorbendo poi, nel giro di alcuni anni, l’eccesso di pubblico.
Tra il 1945 e il 1946 sorsero invece in Italia molte società di concerti, tra le quali, fenomeno nuovo, varie associazioni studentesche. A Roma l’Istituzione Universitaria dei Concerti raccoglieva il pubblico giovane (anche con qualche frangia di neoacculturati di mezza età) e si poneva a lato delle vecchie glorie, rispettosamente a lato: il che significava mettersi in coda per avere i concertisti migliori, per avere il buon pianoforte (erano rari, i pianoforti sani), per avere la grande sala.
Dopo oltre cinquant’anni, la storia dell’Istituzione Universitaria dei Concerti può essere divisa in quattro periodi.
Dopo una prima, breve stagione “di assaggio”, il 1945/46 aveva già una struttura basata su tre piloni solidissimi, tre pianisti: Magaloff, Backhaus, Fischer. Negli anni successivi tornano Magaloff, Backhaus, Fischer, arrivò Cortot, arrivarono Kulenkampff, Menuhin, la De Vito, Busch, Fournier, Kempff nonché concertisti “nuovi” ma destinati a grandi carriere, come Géza Anda o Ciccolini.
Inseritasi così nel mercato dei nomi di rilevanza internazionale, e qualificate in tal modo le sua ambizioni, l’Istituzione teneva fede alla sua natura con programmi di impostazione squisitamente culturale e formativa, con conferenze-concerto e con conferenze, con la formazione di un coro dilettantistico. Questa fase di crescita raggiunge lo standard ottimale nel 1959/60, con il ciclo completo delle opere pianistiche di Chopin (Nikita Magaloff), con le Trentadue Sonate per pianoforte di Beethoven (Wilhelm Kempff), e il Quartetto Italiano, il chitarrista Andr´s Segovia, i giovani violinisti Salvatore Accardo e Uto Ughi, vari altri solisti e diversi complessi. Su questa falsariga la vita dell’Istituzione prosegue fino al 1968. Bisognerebbe leggere i cartelloni ma non è qui il luogo per ciò basti dire che l’Istituzione dimostrò per più anni una fiducia assoluta in Maurizio Pollini, che dopo la vittoria nel Concorso Chopin di Varsavia era stato scritturato da tutte le società, ma che era stato poi riconfermato da pochissime istituzioni.
Il secondo periodo, nella vita dell’Istituzione, inizia nel 1968, con l’inagibilità dell’Aula Magna dell’Università, l’annullamento di nove concerti e la peregrinazione in altre sale. Sembrerà una sciocchezza, ma perdere la sala deputata vuol dire perdere una larga fetta di pubblico, quella fetta che s’era abituata ad una cadenza settimanale, al posteggio, al guardaroba, al posto numerato, al vicino con cui scambiare le impressioni…
Nel 1969/70 – era l’annata in cui diventavo direttore artistico dell’Istituzione, dopo vari anni di costanti collaborazioni – i concerti peregrinarono tra il Teatro dell’Opera, il Teatro Eliseo, il Ridotto dell’Eliseo, l’Auditorio San Leone Magno. L’Auditorio San Leone Magno fu una scoperta di Oreste Fortuna, che dopo l’esperimento del 1969/70 decise – io ero molto scettico, e sbagliavo – di trasferirvi stabilmente l’attività. Fu una mossa vincente, che fece recuperare all’Istituzione un pubblico, se pur più ristretto di quello che aveva frequentato l’Aula Magna, ma molto affezionato e che tendeva a consolidarsi di anno in anno. Trovato così un ubi consistam, venne affrontato (con Lina e Oreste Fortuna) il problema del decentramento: Oreste Fortuna aveva in mente un circuito che comprendesse almeno tre zone decentrate di Roma, nonché Palestrina e Fregene.
Con i due concerti al San Leone Magno si sarebbe così messo insieme un blocco di sette serate, che rappresentava anche una forza contrattuale nei confronti degli artisti da scritturare.
Era un’idea audace e in linea con lo sviluppo della diffusione della cultura, ci sarebbero però volute sette strutture organizzative ed operative adeguate, e cioè un nucleo di almeno una decina di persone a tempo pieno. E i tempi non erano maturi: alcuni concerti vennero però replicati in sedi decentrate di Roma, e così fino alla stagione ’76/77.
Dal 1977/78 l’attività dell’Istituzione, per così dire, si stabilizzò su un duplice binario operativo. I concerti dell’Auditorio San Leone Magno continuarono con una stagione pubblica a pagamento; l’Aula Magna dell’Università venne recuperata come sede istituzionale di un’attività regolare che, mediante una convenzione con le Autorità Accademiche, era riservata gratuitamente a professori e studenti. L’Istituzione operò quindi, da un lato, presso un pubblico formatosi nel tempo; dall’altro lato operò presso un pubblico giovanile al quale offrì la possibilità di acquisire conoscenze musicali nel momento più delicato e più aperto della sua formazione culturale. Il quarto periodo, che naturalmente rappresenta la prosecuzione del terzo, è iniziato molto di recente, nel 1993/94: grazie ad una nuova convenzione stipulata con l’Ateneo romano il 3 ottobre del ’92, tutta l’attività della IUC si svolge di nuovo per intero nell’Aula Magna. Coraggio, pazienza, forza di volontà, gestione artigianale hanno reso possibile il piccolo miracolo del ritorno nella “casa madre” e il grande miracolo della sopravvivenza in ottima salute. Non c’è bisogno che lo dica io, ma la IUC rappresenta oggi una realtà nella vita musicale italiana, l’unica che sia radicata, ed è questo un fatto fondamentale per la cultura di un paese, dentro l’Università.Dal testo di Piero Rattalino, tratto dalla pubblicazione “50 anni di musica”