Alexander Romanovsky

romanovsky

Sabato 24 ottobre 2015 ore 17.30
Alexander Romanovsky pianoforte

 

 

 

Programma
Beethoven Sonata in mi maggiore n. 30 op. 109
Beethoven Sonata in do diesis minore op. 27 n. 2 “Al chiaro di luna”
Liszt Quattro Studi trascendentali
Brahms Variazioni su un tema di Paganini op. 35
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Di Alexander Romanovsky si è cominciato a parlare quando è stato nominato membro dell’Accademia Filarmonica di Bologna a soli quindici anni, onore che prima di lui solo Mozart aveva avuto a quella età. A diciassette anni ha vinto il Concorso “Ferruccio Busoni” di Bolzano – noto in tutto il mondo per avere una giuria sempre molto severa ed esigente – e da allora sono cominciate le sue tournées in Europa, Asia ed America, cui sono seguite le incisioni per grandi case discografiche come Warner e Decca. Nel 2007 ha avuto l’onore di suonare davanti a papa Benedetto XVI.
Per il suo concerto alla IUC Romanovsky, oggi trentunenne, ha scelto un magnifico e impegnativo programma, che gli permetterà di dimostrare tutte le sue doti di tecnica perfetta e di maturità interpretativa, spaziando attraverso l’intero Ottocento con una serie di capolavori rappresentativi della ricchissima letteratura pianistica di quel periodo. Inizierà col giovane Ludwig van Beethoven, che nel primo anno del nuovo secolo compose la Sonata n. 14 in do diesis minore op. 27 n. 2, universalmente nota come “Chiaro di luna“. Questo titolo dolciastro non le è stato però dato dall’autore e non rende giustizia a un’opera geniale e all’epoca rivoluzionaria sia sotto l’aspetto formale che espressivo. Beethoven l’aveva invece intitolata “Quasi una fantasia”, proprio per la sua grande libertà rispetto ai moduli compositivi del tempo. Il pianista ucraino eseguirà poi la la Sonata n. 30 in mi maggiore op. 109, appartenente al “terzo periodo” di Beethoven, quello dei suoi ultimi anni, in cui spinse la sua continua ricerca ad esiti estremi ed altissimi, che per la loro modernità disorientarono i contemporanei e vennero compresi solo alla fine del secolo.
La seconda parte si apre con quattro degli Studi trascendentali di Franz Liszt: Mazeppa, Feux follets, Wilde Jagd e Allegro agitato molto. L’autore ne fece varie versioni ma è in quella del 1839 che li portò a un livello tecnico eccezionale, tale da giustificare l’appellativo di “trascendentali”, perché sembrano andare oltre le possibilità umane. In ogni studio il compositore, che fu anche il virtuoso di pianoforte probabilmente più grande di ogni tempo, accumula difficoltà su difficoltà, ma allo stesso tempo raggiunge risultati poetici propri del romanticismo più acceso e visionario.
Non è più facile il compito del pianista nelle Variazioni su un tema di Paganini op 35 di Johannes Brahms, che era molto critico verso quelli che considerava gli eccessi romantici e la mancanza di controllo formale di Liszt, ma non si tirava certo indietro quando si trattava di sfruttare tutte le risorse tecniche del pianista, come indica chiaramente la scelta di ispirarsi a Paganini. Ma non si tratta di una esibizione di bravura fine a se stessa, perché il virtuosismo tecnico è messo da Brahms al servizio della ricerca di sempre nuove sonorità strumentali.